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Lunedì, 04 Marzo 2013 16:36

Lo stato ha smesso di sedurre.

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Régis Debray ha segnato, con "Lo stato seduttore", una pietra miliare per chiunque affronti lo studio della comunicazione sociale. La base della ricerca di Debray ha a che fare con la confluenza di alcuni importanti elementi di riflessione che registrano il cambiamento di passo nella comunicazione. Badate bene: stiamo parlando degli anni '90; dopo una società caratterizzata da relazioni orali (logosfera) e il ruolo della scrittura (grafosfera), siamo entrati nell'era della videosfera. Va da sé: l'impatto fu notevole.

 

Non importa quello che si ha da dire, purchè quello che si dice venga detto in video. La carica emotiva trasmessa è più importante del logos. Anzi, dice, "tutto quello che può sfuggire il logos è buono". In definitiva, lo Stato, non ha più bisogno di decidere o agire, il messaggio tende a soppiantare il dato. " Il governo, aggiunge, può in mala fede ritenere che la riforma, una qualsiasi riforma, si fa soprattutto quando essa è semplicemente annunciata". (Ed è imbarazzante leggere come questa lezione sia stata fatta propria, da questa parte delle Alpi, da diverse genìe di politici nostrani; non ultimo l'esempio dato dal signor B. nell'ultima campagna elettorale, che gli è valso un recupero formidabile per una formazione politica come la sua, data per spacciata.) La grande lezione e profezia di questo libro è il presagire del declino della forma politica così come la conosciamo. Il partito come struttura organizzata, il sindacato come movimento di rappresentanza lasciano il passo alla (alle) reti e movimenti. Sparisce il confine tra pubblico e privato. Régis Debray vede alcune possibili spiegazioni per questa tendenza. In primo luogo, la perdita dei grandi obiettivi morali della politica che mette tutti i valori su uno stesso piano di incertezza basati solo su una sorta di indice di popolarità degli argomenti e dell'indice fiducia conseguente; della serie: punto vinto o perso nella hit parade del barometro mensile del gradimento.

Qui avrei da aggiungere qualcosa sui "Commentari della società dello spettacolo", un saggio che -da solo- avrebbe dovuto regalare il Nobel per il suo autore: il grande Guy Debord. A questo proposito mi limito a ricordare che, per l'autore, l’uso della parola “spettacolo” significa appunto apparenza e rappresentazione. Non a caso, Debord cita un famoso pensiero di Feuerbach, tratto da una prefazione dell’Essenza del cristianesimo: "E senza dubbio il nostro tempo preferisce l’ immagine alle cose, la copia all’ originale, la appresentazione alla realtà, l’ apparenza all’essere".
La critica più feroce è rivolta alla la deriva della videosfera che rende "meno informato" il cittadino e la sua consapevolezza tanto da richiederne una nuova direzione, un progetto sociale, una riqualificazione dopo che la politica ha a lungo mascherato se stessa ".

Tra le pagine aleggia il fantasma mitologizzato del postmoderno, riecheggiano le parole (poetiche oltre che profetiche) di MacLuhan e quelle di Baudrillard: il reale scompare, sopraffatto da una rappresentazione del simulacro; ogni cosa finisce declassata al rango di semplice segno, che trova unicamente in sé il proprio referente, non indicando più alcunché.

Come le cronache post elettorali di questi giorni dimostrano.

 

L'autore (da Wikipedia):

Prese parte, insieme ad una cinquantina di guerriglieri, al fallito tentativo di rivoluzione in Bolivia di Ernesto Guevara. Da circa 40 anni viene sospettato insieme all'artista e rivoluzionario Ciro Bustos di essere uno dei "traditori" del Che. Arrestati entrambi dall'esercito boliviano qualche mese prima della cattura e della morte di Guevara avrebbero collaborato rivelando la presenza di Guevara in Bolivia. Molte biografie sul Che scagionano Debray da questa accusa ed indicano in Bustos il delatore che permise la cattura e la morte del rivoluzionario argentino. Nel 2001 Erik Gandini, Tarik Saleh, Mårten Nilsson, Lukas Eisenhauer e Johan Söderberg hanno realizzato un film - documentario dal titolo (per la versione italiana) "Sacrificio. Chi ha tradito Che Guevara?", nel quale, avvelendosi di interviste esclusive ed attente ricostruzioni storiche, viene ipotizzato con molta probabilità che il vero "traditore" del rivoluzionario argentino sia proprio il filosofo, giornalista e scrittore francese.

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