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Sabato, 28 Maggio 2011 16:52

1948, liberi tutti. È la “Beffa dei vinti”

Scritto da Elisabetta Pagani

Nel 1944 Margherita Albani è una scaltra e fascinosa donna di ventotto anni. Che sa come rigirarsi un uomo per fare la bella vita e come sbarazzarsene quando quella vita inizia a soffocarla. Così in quattro mesi si libera del marito, con cui vive a Pegli, perché le sta troppo addosso: lo denuncia al Comando tedesco, lo fa arrestare, lo isola, si fa intestare ogni bene, gli tende una trappola e lo fa deportare nel campo di concentramento di Flossenburg, dove Roberto Rossi Canevari - che pesa 43 chili e la ama ancora - muore. Margherita è libera e per un paio d’anni se la spassa.

Per un po’ tira un sospiro di sollievo anche Aldo Nicolosi, che nel 1945 ha solo 17 anni ma indosso già la divisa delle brigate nere e in tasca una rivoltella e due bombe a mano. È una mattina di gennaio e si pavoneggia indisturbato dell’armamentario con gli studenti del liceo D’Oria, proprio davanti alla scuola. Fino a che un’innocente palla di neve lo innesca e con un colpo di pistola uccide Michele Angeletti, 16 anni, colpevole di non volergli mostrare i documenti - e perché, poi, dovrebbe farlo - perché, contesta lui candido, «la mamma non vuole». Margherita, la vedova allegra, e Aldo, lo sbruffone in camicia nera, non si conoscono. Entrambi però, per convinzione, opportunismo o arroganza, finché conviene flirtano con quel che, dopo l’8 settembre ’43, rimane del fascismo. Fanno le spie, uccidono, nel caso di Aldo prendono parte ai rastrellamenti di partigiani. Finita la guerra e nata la Repubblica, per un po’ la Giustizia li riacciuffa e li processa. Ma poi li libera, per sempre.
È l’effetto dell’amnistia firmata il 22 giugno 1946 dal genovese Palmiro Togliatti, il Compagno per eccellenza, diventato ministro di Grazia e Giustizia. Insieme a Aldo e Margherita dalle carceri di tutta Italia, Genova inclusa, escono collaborazionisti, spie e picchiatori comuni, torturatori di ebrei e partigiani, grandi criminali del regime. È la grande truffa della Storia e delle storie che racconta Andrea Casazza, giornalista del Secolo XIX e scrittore, nel suo nuovo libro, “La beffa dei vinti” (il melangolo, 360 pagine, 20 euro). Un libro che raccoglie, appunto, le storie di alcuni fascisti genovesi: come Brenno Grandi, il “boia della famiglia ebrea Sonnino”, gerarchi famosi come Arturo Bigoni e spietati come Vito Spiotta, ma anche «di donne e uomini comuni, come Margherita e Aldo, ma non meno colpevoli» precisa Casazza.

A tenerli insieme, continua l’autore «è il filo dell’ingiustizia perché tutti loro furono condannati per reati più o meno gravi, dal collaborazionismo alle stragi, ma quasi nessuno pagò per intero il suo debito con la società». Un pugno nello stomaco per le vittime, un profondo senso di rabbia e frustrazione per chi durante il fascismo era stato torturato o aveva perso, perché ammazzati, amici e parenti. Perché tutti i processi che in fretta e furia le Corti d’Assise straordinaria e speciale di Genova mettono in piedi dal primo giugno del ’45 al 26 febbraio del ’48, dando all’Italia l’illusione di ripristinare uno stato di diritto, «non servono a nulla» spiega Casazza sulla base dei trentuno faldoni di carte processuali che ha sfogliato, e studiato, e che raccolgono gli atti di queste storie. A Genova, su 395 imputati giudicati in 251 processi, infatti, 313 vengono condannati ma soltanto 17 sconteranno interamente la loro pena.

Perché l’amnistia del ’46 in poco più di un paio d’anni invaliderà i processi in corso e aprirà per sempre le celle di chi è stato giudicato colpevole. Con “La beffa dei vinti”, Casazza racconta la storia di questi genovesi. Una storia tenuta segreta negli archivi di Stato fino al 2009 quando, finalmente, vengono desecretati gli atti processuali delle Corti d’Assise straordinaria e speciale di Genova. «Oggi, in tempi in cui il revisionismo storico che piange sul sangue dei vinti è giunto a negare l’olocausto e la censura sta tornando di moda, questo libro» conclude l’autore «intende restituire volti e storie a un passato che sarebbe più che mai pericoloso lasciare confinato nell’oblio».

Elisabetta Pagani per il Secolo XiX

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