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Lunedì, 08 Giugno 2020 08:31

Urla dal silenzio

Scritto da Silvia Belcastro

ndr. Come sanno bene i lettori di BookAvenue, in diverse occasioni abbiamo ospitato più di una recensione per lo stesso libro; il libro del premio Pulitzer 2020 Colson Whitehead già segnalato da Davide Zotto non fa, dunque, eccezione alcuna e testimonia il tremendo impatto sull'opinione pubblica di tutto il mondo causato dall'omicidio a Minneapolis di George Floyd. Di qui l'urgenza di parlarne.

 

L'ennesimo ragazzo ammazzato da un poliziotto:
ci trattano come subumani nel nostro stesso paese.
Lo hanno sempre fatto. Forse lo faranno sempre.
Il suo nome non aveva importanza.

Whitehead aveva preso il suo (secondo!) Premio Pulitzer da pochi giorni e aveva detto di se stesso: “Se sono qui è grazie a una serie di colpi di fortuna che hanno permesso che non finissi nel tritacarne della storia”. Se ne La ferrovia sotterranea ci ha portato nelle piantagioni della Georgia di inizio Ottocento, dove gli schiavi venivano scorticati a suon di frusta, ne I ragazzi della Nickel ci spiega che il razzismo non è una questione che riguarda solo il colore della pelle, ma averla più scura è sempre peggio. Stavo leggendo proprio I ragazzi della Nickel quando George Floyd è stato ucciso. Ero a pagina 182, dove Colson Whitehead ha scritto: “Accadde come accadeva sempre.

 

 

C'è un'onestà profonda nel suo lavoro letterario. Con una grazia asciutta, Whitehead denuncia la “supremazia del maschio bianco” non tanto nelle sue manifestazioni più dichiarate, ma in quelle meno visibili: quel punto cieco che è il “razzismo strutturale”. Denuncia il narcisismo spirituale del Sogno Americano, la più raffinata arma del sopruso: Se lavori sodo, ce la farai! Se ci credi, il tuo pensiero creerà la realtà! Il che implica che quelle infanzie africane, azzoppate prima che la gara cominci, non abbiano lavorato abbastanza sodo da farsi strada; o che le donne afroamericane e ispaniche di Buffalo, ammalatesi in massa di Lupus e artrite reumatoide per l’interramento di rifiuti tossici nel loro quartiere, non ci abbiano “creduto” abbastanza.

Ne I ragazzi della Nickel, il giovanissimo protagonista nero Elwood è cresciuto ascoltando i discorsi di Martin Luther King, e il suo sogno è vivere una vita normale, da uomo giusto. Di fronte alla violenza che infiamma le strade alla fine degli anni Sessanta, risponde a se stesso: “devo solo continuare a fare quello che ho sempre fatto: comportarmi bene.” Finisce invece nel riformatorio Dozier di Marianna, in Florida, per un reato mai commesso. Potremmo dire “per uno scherzo del destino”, ma non sarebbe corretto; ci finisce perché è orfano e senza protettori, per ragioni statistiche, e per il colore della sua pelle.

Qui si offre l'occasione, per Whitehead, di riportare alla luce un altro pezzo di storia statunitense, così come l’antropologa forense Erin Kimmerle ha riportato alla luce – tra il 2012 e il 2014 – 55 tombe di ragazzini torturati, violentati e uccisi nella Dozier School di Marianna. Al lettore non sfugge la metafora, tristemente vera: l'edificio adibito alle punizioni corporali veniva detto “La Casa Bianca”.

Scrive Toni Morrison che “certi traumi subiti dai popoli sono tanto profondi, tanto crudeli, che […] solo gli scrittori sono in grado di tradurli e trasformare il dolore in significato, affinando l’immaginazione morale”. Qui i figli dei popoli sono sia bianchi che neri, ma essere neri è peggio. Sono ragazzi accomunati dal fatto di essere oppressi da quel ginocchio che non permette loro di respirare e che – per usare le parole di Reni Eddo-Lodge – appartiene semplicemente al predatore: il potere basato sul sopruso.

Se Elwood rappresenta l'idealismo, il suo compagno di prigionia Turner è la voce del disincanto. Il dialogo tra questi due stati d’animo è il centro del romanzo. Non è difficile intuire come andranno le cose. Eppure, quel nome – Elwood – verrà raccolto e indossato da altri, come un cappello. Perché la dignità – le idee – non muoiono mai. Perché “sopprimere ogni idea di fuga, anche un’idea così, effimera come una farfalla, significava uccidere la propria umanità”.

Un libro breve e, in questo momento, imprescindibile"

 

per BookAvenue, Silvia Belcastro

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