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L’Eclissi del multilateralismo e il ritorno degli Imperi

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La politica estera firmata da Donald Trump, segnata da un aperto e aggressivo unilateralismo e da esplicite pretese territoriali — dal controllo sul Canale di Panama alle mire sulla Groenlandia, fino alle ingerenze in Venezuela e Medio Oriente —, rappresenta una netta e consapevole rottura rispetto al modello egemonico multilaterale che gli Stati Uniti hanno promosso dal 1945 con la Dottrina Truman. Tuttavia, ridurlo a una semplice parentesi bizzarra o a un’anomalia congiunturale sarebbe un errore di prospettiva. Questo neo-imperialismo americano costituisce infatti lo specchio e il catalizzatore di un ciclo globale ben più ampio, caratterizzato da processi di ri-imperializzazione e dal riaffiorare di logiche di potenza.

Dalla Dottrina Truman all’Unilateralismo Territoriale

Se la Dottrina Truman del 1947 aveva istituzionalizzato la leadership di Washington attraverso l’edificazione di alleanze multilaterali e la promozione di un ordine internazionale liberale, la narrazione di Trump riporta la lancetta della storia al XIX secolo. Rivendicare la sovranità su infrastrutture cedute da tempo o ipotizzare di ribattezzare aree marittime come il Golfo del Messico esprime una volontà precisa: resuscitare logiche di aperta competizione per le sfere d’influenza. Sostenuto dallo slogan Make America Great Again, questo approccio fonde un rigido protezionismo economico — fatto di barriere tariffarie e sanzioni — con una spinta espansionistica volta a riaffermare l’egemonia statunitense di fronte all’avanzata di un mondo multipolare.

Eurasia e Asia: Tra Sforzo Bellico e Penetrazione Geoeconomica

Questa dinamica trova paralleli speculari nelle mosse delle altre grandi potenze revisioniste. La Russia di Vladimir Putin articola da oltre due decenni una strategia basata sul recupero dello status di superpotenza, strumentalizzando le narrazioni nostalgiche degli imperi zarista e sovietico. Dall’annessione della Crimea nel 2014 all’invasione su vasta scala dell’Ucraina, Mosca dimostra come la retorica imperiale non sia un mero esercizio di stile, ma la giustificazione ideologica per una massiccia riallocazione di risorse materiali. I dati sulla spesa militare russa — schizzata al 4,3% del PIL nel 2023 (circa 109 miliardi di dollari) e proiettata a raggiungere i 145 miliardi entro il 2025, pari a oltre il 6% del PIL — confermano che il Cremlino considera la forza bellica lo strumento primario per contestare l’influenza occidentale.

In Asia, la Cina di Xi Jinping persegue un modello di espansione differente ma ugualmente efficace, fondato su strumenti geoeconomici e tecnologici. Con l’iniziativa Belt and Road, Pechino ha intessuto una fitta rete di dipendenze finanziarie e infrastrutturali in oltre 140 paesi, combinando l’erogazione di prestiti statali con l’acquisizione del controllo di porti strategici a livello globale. Contestualmente, la militarizzazione di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale evidenzia la disponibilità cino-centrica a imporre sovranità territoriali di fatto, ignorando deliberatamente i pronunciamenti del diritto internazionale.

Medio Oriente ed Europa: Ambizioni Regionali e Frammentazione

Il fenomeno della proiezione imperiale si manifesta chiaramente anche su scala regionale. Nel Medio Oriente, la Turchia di Erdoğan rivendica una politica “neo-ottomana” sintetizzata dalla dottrina marittima della Mavi Vatan (“Patria Blu”), estendendo la propria presenza militare dalla Siria al Mediterraneo orientale. L’Iran, dal canto suo, proietta il proprio potere tramite il cosiddetto “Asse della Resistenza”, edificando un vero e proprio “impero per procura” che si estende da Teheran al Mediterraneo attraverso milizie e alleanze confessionali.
Persino all’interno del contesto europeo, l’ascesa dei movimenti nazionalisti che esaltano la sovranità statale contro le istituzioni sovranazionali finisce per erodere la coesione dell’Unione Europea, facilitando la convergenza con gli attori revisionisti esterni.

L’Amara Eredità Politica e il Fallimento della Pacificazione

L’impatto di questa stagione politica è destinato a lasciare un’eredità amara, condannata a essere derubricata nei cestini della storia per le sue devastanti conseguenze strutturali. L’unilateralismo di Trump porta con sé la responsabilità oggettiva dell’apertura di nuovi fronti di instabilità e del rinfocolarsi di tensioni internazionali, lasciando emergere tutta l’inefficacia delle sue promesse pacificatrici. L’incapacità di porre fine al conflitto russo-ucraino ha trovato la sua pagina più buia nel vertice di Anchorage: la scelta di accogliere Vladimir Putin su suolo americano — stendendo il tappeto rosso a un leader incriminato dalla Corte Penale Internazionale — si è rivelata una resa simbolica infruttuosa. Un incontro che suscitò forti polemiche per l’accoglienza formale e la condivisione della limousine presidenziale con il leader russo senza però ottenere alcun accordo o cessate il fuoco. Un gesto d’appeasement che non solo non ha fermato le ostilità, ma ha finito per legittimare le pretese del Cremlino, dimostrando come la diplomazia dello spettacolo e della transazione non possa sostituire un solido ordine d’alleanze basato sui diritti e sul rispetto del diritto internazionale.

Conclusione

Finisco. La convergenza tra l’unilateralismo statunitense, la riimperializzazione russa, l’espansionismo geoeconomico cinese e i revisionismi mediorientali segna l’eclissi definitiva dell’ordine liberale post-1945. Il sistema globale sta rapidamente traslando verso una multipolarità frammentata e instabile. In questo nuovo scenario, le narrazioni di grandezza storica e lo strumento economico convertito in “nuova artiglieria” trasformano l’arena internazionale in uno spazio competitivo, in cui la sovranità delle nazioni più deboli torna a essere drammaticamente vulnerabile alle ambizioni delle grandi potenze.

per BookAvenue, Michele Genchi


Il libro

Daniel Ganser,
Breve storia dell’Impero Americano,
Fazi editore,
ed. 2021 pp. 500

trad. Alessandro De Lachenal


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