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Il premio Strega e l’ansia da prestazione del candidato.

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Se quelle parole su Michela Murgia sono vere, come pare siano, Michele Mari dovrebbe vergognarsi. E il mondo letterario non può far finta di niente.

Ci sono polemiche che appartengono al folklore dei premi letterari e altre che, se confermate, rivelano qualcosa di molto più profondo e inquietante. Quello che sta emergendo dal dietro le quinte del Premio Strega appartiene alla seconda categoria. Secondo quanto riferito da diversi testimoni, Michele Mari avrebbe pronunciato giudizi sprezzanti su Michela Murgia, arrivando a collegarne il carattere e l’intransigenza al suo aspetto fisico e alla presunta insoddisfazione personale.

Frasi che, se davvero pronunciate, non sarebbero soltanto di cattivo gusto: sarebbero il condensato di un sessismo miserabile e di una concezione umiliante delle donne, giudicate prima di tutto per la loro avvenenza e solo dopo per le loro idee.

La reazione indignata di Teresa Ciabatti sarebbe allora più che comprensibile. E dovrebbe esserlo per chiunque abbia a cuore la dignità del dibattito culturale.

Perché Michela Murgia, che BookAvenue ha avuto l’onore di annoverare tra le sue collaboratrici per anni, non è stata soltanto una delle intellettuali italiane più influenti e coraggiose della sua generazione.

È stata una scrittrice, una saggista e una voce pubblica capace di sollevare questioni scomode, di sfidare conformismi e di difendere con tenacia le proprie idee. La si poteva contestare, criticare, perfino combattere sul terreno culturale. Ma ridurre tutto questo alla categoria della “bruttezza” o della “frustrazione” significherebbe rivelare una povertà umana e intellettuale sconfortante.

Colpisce soprattutto che simili giudizi, se autentici, arrivino da uno scrittore celebrato come uno dei maggiori protagonisti della letteratura italiana contemporanea. Perché ci si aspetterebbe da chi vive di parole una maggiore responsabilità verso il peso che le parole hanno. E invece ci si troverebbe davanti a una banalità crudele e volgare, degna delle peggiori conversazioni da bar e non certo del confronto tra intellettuali. Le eventuali scuse del giorno successivo, sempre secondo quanto trapela, sarebbero un gesto doveroso ma non cancellerebbero il problema. Perché certe frasi, quando colpiscono una persona scomparsa che non può più replicare, lasciano un’ombra che va oltre il galateo e investe il senso stesso della convivenza civile.

Michela Murgia non ha bisogno di essere santificata.
La forza della sua eredità culturale parla da sola. Ma proprio per questo merita rispetto. E se davvero qualcuno pensa che il coraggio, la radicalità e la passione civile di una donna possano essere spiegati con il suo aspetto fisico, allora il problema non è Michela Murgia. Il problema è chi continua a guardare le donne con categorie che avremmo dovuto consegnare da tempo alla pattumiera della storia.

Il Premio Strega è chiamato a premiare la letteratura. E la letteratura, quando è grande, insegna anche la misura, la complessità e il rispetto. Tutto ciò che, in questa vicenda, sembra essere drammaticamente mancato.

per BookAvenue, Michele Genchi


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