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Ernest-Hemingway

Il personaggio più grande di Hemingway? Hemingway stesso.

   Tempo di lettura: 10 minuti

Recentemente, mi ha molto appassionata e divertita un vecchio bellissimo articolo di più di dieci anni fa, ancora disponibile alla lettura, del direttore di questa rivista. Si tratta del libro di Joyce Carol Oates WILD NIGHTS! con un lungo sottotitolo: Stories About the Last Days of Poe, Dickinson, Twain, James, and Hemingway. E, a proposito di quest’ultimo. Ci sono scrittori che vivono per la pagina e scrittori che usano la pagina solo per appuntarsi quello che combinano nella vita reale. Poi c’è Ernest Hemingway, una categoria a parte.

Di “Papa” Hemingway crediamo di sapere tutto: le battute di pesca d’altura nei Caraibi, le sbornie mitologiche a base di Daiquiri, le corride a Pamplona, le ferite di guerra e, naturalmente, quei romanzi asciutti e potentissimi che hanno cambiato per sempre la letteratura del Novecento. Ma se proviamo a togliere per un attimo la spolverata di mito che avvolge la sua figura, ci accorgiamo che la storia è ancora più spassosa di come ce l’hanno raccontata a scuola.

Diciamocelo chiaramente: Ernest Hemingway è stato il più grande marketer di sé stesso che la storia dell’editoria abbia mai conosciuto. Come ha notato acutamente la critica letteraria, gran parte del successo dei suoi libri non derivava soltanto dal suo stile, ma dalla fame insaziabile che il pubblico aveva per la sua vita privata. Più che un semplice autore, Hemingway si è premurato di costruire, mattonella su mattonella, la figura del “macho” americano, dell’uomo duro, spartano, che la violenza e il pericolo non si limitano a descriverli da un comodo studio con la moquette, ma devono andarseli a cercare, a costo di farsi rompersi le ossa.

Ma com’è nata questa vocazione per l’eccesso?

Gioventù, ambulanze e la prima grande delusione

La storia comincia molto presto. Il giovane Ernest cresce con una curiosità viscerale per l’umanità, senza snobismi e senza puzza sotto il naso. Gli piacciono le persone vere, di qualsiasi estrazione sociale, purché abbiano una storia da raccontare o un talento pratico da mostrare.

Nel 1918 ha appena diciotto anni. Scoppia la Prima Guerra Mondiale e il mondo brucia. Che fa un ragazzo normale? Magari ci pensa due volte. Ernest no: vuole andare al fronte a tutti i costi. Ha un piccolo problema alla vista che gli impedisce di arruolarsi nell’esercito americano, ma non è tipo da farsi fermare da una visita medica sfavorevole. Trova una scappatoia e parte per l’Italia come volontario per guidare le ambulanze della Croce Rossa.

Finiamola qui con la retorica: guidare un’ambulanza sotto il fuoco dell’artiglieria austro-ungarica non è una passeggiata di salute. Durante una notte sul fiume Piave, mentre distribuisce sigarette e cioccolata ai soldati italiani nelle trincee, viene investito dall’esplosione di un colpo di mortaio. Viene ferito gravemente a entrambe le gambe da decine di schegge. Nonostante i buchi nelle gambe, trova la forza di caricarsi in spalla un soldato italiano ferito e portarlo al sicuro, venendo persino colpito da proiettili di mitragliatrice durante la ritirata.

Risultato? Mesi di ospedale a Milano, una Medaglia d’Argento al Valor Militare e la celebre Purple Heart.

Ma qui arriva la beffa, la prima vera bastonata della sua vita. In ospedale si innamora perdutamente di un’infermiera americana più grande di lui, Agnes von Kurowsky (che gli ispirerà il personaggio di Catherine in Addio alle armi). Ernest torna a casa a Oak Park da eroe di guerra, tronfio, incensato da amici e parenti, convinto che Agnes lo raggiungerà per sposarlo. E invece gli arriva una lettera di quelle che fanno malissimo: “Sei solo un ragazzino, non ti amo più, mi sposo con un ufficiale italiano”.

Con le gambe ancora martoriate, il cuore a pezzi e i rapporti con la famiglia ridotti ai minimi termini – la madre non sopportava le sue intemperanze –, Hemingway capisce che l’unica via di fuga è la strada. Si tuffa a capofitto nel giornalismo e inizia a vagabondare per il mondo con la scusa di dover scrivere articoli.

Safari, Madrid e l’invenzione della “Caccia ai Sottomarini”

Da quel momento in poi, la vita di Ernest diventa un ottovolante. Va a Parigi a fare il bohémien insieme a Gertrude Stein e Fitzgerald, partecipa a safari spericolati in Africa tra leoni e cariche di elefanti, si innamora follemente della Spagna e della cultura della corrida a Madrid. Eppure, tra tutti i luoghi del pianeta che visita, ce n’è uno che gli ruba definitivamente l’anima: Cuba.

Sull’isola caraibica Hemingway trova il suo paradiso personale: il mare aperto, il rum a fiumi, i gatti con sei dita e quella sensazione di libertà assoluta. Cuba diventa il suo quartier generale per oltre vent’anni. Ma Hemingway non sa stare fermo, e persino quando dovrebbe godersi la pensione dorata da celebrità, trova il modo di combinarne una delle sue.

Nel dicembre del 1941 gli Stati Uniti entrano nella Seconda Guerra Mondiale. Cosa fa un famoso scrittore di quarant’anni suonati? Offre il suo contributo scrivendo articoli di propaganda? Nemmeno per sogno.

Hemingway decide di trasformare il suo amato peschereccio in legno, la leggendaria Pilar (*), in una nave da guerra clandestina. L’equipaggia con mitragliatrici “Tommy gun“, bombe a mano e radio ad alta frequenza. Il suo piano geniale? Pattugliare le acque dei Caraibi a caccia di sottomarini tedeschi (gli U-Boot). La logica di Ernest era disarmante nella sua follia: se avesse avvistato un sottomarino emerso per fare rifornimento, si sarebbe avvicinato facendo finta di essere un innocuo peschereccio per poi lanciare granate all’interno della torretta.

Inutile dire che la marina americana guardò a tutta l’operazione con una miscela di divertimento e rassegnazione, concedendogli comunque il carburante. Ovviamente non incrociò mai nemmeno l’ombra di un sottomarino nazista, ma per mesi Hemingway visse il sogno di essere un pirata al servizio di Sua Maestà la Democrazia. Un gesto a metà strada tra il puro coraggio e l’assoluta spacconeria.

Tra la canna da pesca e la macchina da scrivere

Negli anni cubani, chiunque lo vedesse dall’esterno non avrebbe mai scommesso che quell’uomo barbuto, perennemente in calzoncini corti e piedi scalzi, fosse uno dei più grandi talenti della letteratura mondiale. Passava decisamente più tempo a pescare marlin nelle acque della corrente del Golfo o a cacciare nelle montagne del Wyoming che seduto alla scrivania.

I giornali dell’epoca andavano a nozze con le sue bravate: le risse nei bar, gli incidenti aerei a cui era sopravvissuto per miracolo (nel 1954 sopravvisse a ben due incidenti aerei consecutivi in Africa, leggendo persino i suoi coccodrilli sui giornali che lo davano già per morto).

Eppure, c’era un metodo in quella follia. Hemingway non viveva per il gusto dello spettacolo fine a sé stesso; viveva perché aveva bisogno di materiale da bruciare nella stufa della sua scrittura. Non poteva scrivere di qualcosa che non avesse respirato, toccato, sanguinato.

È proprio da quelle estenuanti giornate trascorse in mezzo al mare, a lottare contro la forza cieca della natura e il peso degli anni che avanzavano, che nasce il suo capolavoro assoluto: Il vecchio e il mare. La storia del vecchio Santiago e della sua epica battaglia contro il grande marlin non è altro che la trasposizione letteraria della vita di Ernest. È una parabola indimenticabile sulla perseveranza, sulla dignità della sconfitta e sulla capacità dell’uomo di non piegarsi mai, scritta da un autore che dalla vita aveva preso un numero infinito di bastonate, ma che si presentava sul ring ogni volta per il round successivo.

L’eredità di una leggenda

In definitiva, la grandezza di Ernest Hemingway non sta solo nell’aver inventato la cosiddetta “teoria dell’iceberg” – quella tecnica narrativa per cui sette ottavi della storia sono nascosti sotto la superficie della pagina.

La sua vera opera d’arte è stata la capacità di abbattere il confine tra realtà e finzione, fondendo la letteratura con l’azione pura. Bevitore incallito, cacciatore, soldato, viaggiatore, vincitore del Premio Nobel e del Premio Pulitzer… Hemingway ha dimostrato che si può essere intellettuali senza essere noiosi, e che le storie più belle sono quelle che ti lasciano addosso l’odore della salsedine e della polvere da sparo.

Aveva ragione chi ha scritto che Hemingway non ha mai avuto bisogno di inventare troppi personaggi memorabili per i suoi libri. Gli è bastato viverne uno fino in fondo. Perché, alla fine dei conti, il più grande, imprevedibile e affascinante personaggio di fantasia creato da Ernest Hemingway è sempre stato Hemingway stesso.

per Bookavenue, Valeria Belledi

(*)ndr:
al Pilar, Michele Genchi ha dedicato due articoli (1 A bordo del Pilar2 La barca di Hemingway)


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