Meno di una Coca Cola. Il mercato dei libri nel mondo

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Parola d’ordine: concentrazione.

Il valore del mercato del libro nel mondo, compreso quello scolastico, è di 70 miliardi di euro. Considerando che questa cifra rappresenta meno del fatturato della Pepsi Cola e Coca-Cola, già la dice lunga su quanto pesi la cultura libraria nel mondo.
Ma l’aspetto più inquietante è che i primi dieci gruppi edioriali, coprono il 51% dell’intero mercato. La ricerca, effetttuata da Rudy Wischenbart per alconto di alcune riviste specializzate è stata anticipata a Francoforte lo scorsco ottobre e resa nota, in via definitiva, questi giorni.

Ma come si ripartisce la torta dei 70miliardi? Il 50% è editoria professionale, il 30% è scolastica e il 20% è editoria generalista.
Al primo posto per fatturato si trova la Thomson, azienda familiare canadese con 32000 dipendenti e 5 miliardi di giro di affari, specializzata nel campo del diritto e della ricerca medico-scientifica; al secondo posto c’è l’inglese PPearson che, oltre al Financial Times, è editore del gruppo Penguin, che realizza l’85% delle proprie vendite nella scolastica, presente con i suoi testi in ogni materia e in un gran numero di linge, compresi i dialetti indiani. Il terzo gradino del podio è occupato dal gruppo Bertelsmann, che controlla numerose case editrici raccolte sotto l’ombrello di Random House, la più grande casa editrice di varia del mondo, che però rapresenta meno del 50% dei 4,4 miliardi del suo giro di affari del libro. Con 4,2 miliardi, il quarto posto e occupato dall’anglo-olandese Reed Elsevier, mentre al quinto c’è l’olandese Wolters Kluwer con 3,4 milardi.
Entrambi hanno ceduto l’editoria scastica a Pearson per concentrasi sull’editoria professionale. Le distorsioni causate dalla concentrazione in atto nel settore editoriale sono state già ben evidenziate da Andre Shifrin nei suoi libri (editoria senza editori e il controllo della parola) nei quali sostiene che il prevalere di una logica di profitto sull’imprenditorialità libraria ho concorso al alterare profondamente la qualità del prodotto. Ma, oltre ad un suo scadimento della qualità editoriale, la concentrazione nel settore e la riduzione degli attori può portare ad un pericola maggiore: l’omologazione della conoscenza. Il pericolo insisto in questa concentrazione sta i una nuova colonizzazione, in questo caso culturale, che nei paesi sviluppati, o forse sarebbe meglio dire anglofoni, possono esercitare sul resto del mondo.

 

E l’Italia? Bruscolini a confronto: il nostro mercato vale solo, si fa per dire, poco più di 3700 milioni.

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