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Lunedì, 20 Agosto 2012 15:28

Nessun requiem per mia madre, il romanzo d’esordio di Claudiléia Lemes Dias contro stereotipi e pregiudizi

Scritto da Rosa Manauzzi

La famiglia, simbolo sacro italiano, luogo privilegiato di crescita e dannazione allo stesso tempo. Con sarcasmo tagliente, attimi di folgorante comicità e tragici sobbalzi, Claudiléia Lemes Dias imbastisce una trama tanto amara quanto possibile. Nessun requiem per mia madre (Fazi Editore, 2012) è un ritratto nudo e crudo dell’ipocrita quadro perfetto tipico borghese e ipercattolico. E’ anche il disvelamento degli atteggiamenti razzisti che possono covare nel cuore delle persone e la denuncia delle discutibili azioni persecutorie che l’odio può arrivare a provocare nei confronti del “diverso”. Alla base due elementi portanti, fragilità camuffata da forza e ignoranza camuffata da saggezza cristiana, che qui si congiungono per distruggere un unico bersaglio, la donna straniera.


La protagonista, un nome che è un programma, Genuflessa De Benedictis, desidera unicamente la felicità dei figli, confondendo l’amore con il rancore distruttivo. La sua ossessiva ricerca di sicurezza non deve lasciare spazio a niente che sia fuori dall’ordinario, dal ciò che la sua testa ottusa e retrograda riesce a programmare. Ecco un esempio torbido di madre-aquila che riesce ad annullare persino il fastidioso modello, almeno un poco più sensibile, della mamma-chioccia. Gli artigli servono a difendere i tre figli non dai pericoli ma dalla vita stessa: “L’insegnamento sottile e velenoso che ci era stato propinato durante tutta la nostra esistenza ci aveva convinti ad adorare nostra madre e a non amare nessuno.” La dichiarazione affranta di Franco Cafra, l’unico dei tre figli che nonostante tutto sceglie e segue la propria strada (e riesce pure nella grande impresa del perdono), spiega il dramma quotidiano che una famiglia pariolina si ritrova a vivere, con unica manovratrice di fili, almeno in apparenza, l’anziana madre. Malata di megalomania, odia profondamente la giovane compagna brasiliana del figlio, fino a spingersi ad azioni fuori legge. Odia gli stranieri, tutti, che considera sporchi, senza istruzione, subdoli, solo interessati ai soldi degli italiani. Odia quindi il confronto, il rispecchiarsi di umane similitudini e uguali difetti, o anche di pregi, che sempre portano a conoscere meglio se stessi, arricchendosi vicendevolmente. Tuttavia Genuflessa (messa in ginocchio da un’infanzia turbata) non vuole davvero mettersi di fronte ad uno specchio, si ritiene perfetta, sputa sentenze, condanna ed è convinta che il figlio Stefano, ormai più che adulto ma del tutto inebetito dal suo “bene”, non abbia e non avrà particolari problemi, finché vivrà solo per lei. 
Tre figli destinati alla dea solitudine, Franco (il più piccolo, nato nel 1967) che nonostante le grinfie soffocanti riesce ad uscirne, si sposa e ha una bambina (la negretta, la chiama Genuflessa); Aldo, che trova come unico sollazzo le amiche mature della madre e non è in grado di stabilire una relazione con una donna; Stefano, perso completamente in un inconfessabile e impraticabile rapporto incestuoso con la madre; un marito passivo e accondiscendente, bidello in una scuola di Latina, che la moglie fa diventare Preside nei suoi racconti pubblici; e un fantasma dal passato che non smetterà mai di condizionare la vita di Genuflessa. Perché alla base dell’odio non può che esserci un perverso gioco dei sentimenti vissuti, un passato oscuro e terrificante che emerge lentamente in tutta la sua devastante verità. Proprio le inserzioni comiche (l’auto ridicolizzazione dei comportamenti razzisti da parte della stessa Genuflessa, talmente suonano perentori) rendono il contrasto con l’orrore che si cela dietro alle vite parziali raccontante nel libro. 
Non si può fare a meno di ridere a volte, ma la presa di coscienza del rischio di confondere amore e odio nel crescere i figli lascia un messaggio di inquietudine. Lo straniero diventa il pretesto per la manifestazione della verità, non potrebbe essere altrimenti, poiché nell’altro da sé ci si riflette, volenti o meno.

Rosa Manauzzi

Video youtube in cui Viviana Toniolo legge un estratto dal libro, molto comico

L'Autrice

Claudiléia Lemes Dias, (1979, Rio Brilhante, Brasile), laurea in giurisprudenza, esperta in mediazione familiare e diritti umani, conosce bene l’intricata relazione familiare che può instaurarsi quando i limiti e la paura prevalgono sul confronto e la conoscenza, quando i figli diventano “bastone della vecchiaia” fin dalla nascita e che quando non hanno più chi scortare si accorgono di non avere mai avuto una vita propria.
Questo suo primo romanzo, lucido, divertente e amaro allo stesso tempo, lo spiega senza mezzi termini. La sua narrativa, come scrittrice brasiliana che scrive in italiano, ha uno scopo, far conoscere quella seconda campana troppo silente che altrimenti, non suonando, rischierebbe di lasciare confermati stereotipi e menzogne. Obiettivo raggiunto.

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