Irène Némirovsky, Il calore del sangue

   Tempo di lettura: 8 minuti

Quest’anno l’autunno è precoce. Mi alzo prima dell’alba e passeggio per la campagna, tra campi che sono stati di proprietà della mia famiglia per generazioni, e oggi sono posseduti e coltivati da estranei. Non posso dire di soffrirne: solo, di tanto in tanto, ho una lieve stretta al cuore… Non rimpiango il tempo perso in cerca di fortuna, a comprare cavalli in Canada, a trafficare in olio di cocco nel Pacifico. A vent’anni la voglia di andarmene e la noia soffocante della provincia mi attanagliavano al punto che se mi avessero costretto a restare qui ne sarei morto, credo. Mio padre non c’era più, e mia madre non riuscì a trattenermi. « È come una malattia,» mi diceva, impaurita, quando la supplicavo di darmi del denaro e lasciarmi partire «abbi un po’ di pazienza e ti passerà».

Diceva anche:
«Suvvia, ti comporti come il giovane Gonin, e il giovane Charles, che vogliono andare in città a fare gli operai, e lo sanno benissimo che saranno meno felici di quanto sarebbero qui, e se cerco di farli ragionare mi rispondono: “Almeno cambiamo aria”».
Ed era proprio quello che volevo io: cambiare! Mi si infiammava il sangue al pensiero del vasto mondo che brulicava di vita, mentre io me ne restavo qui. Partii, e oggi non riesco a capire quale demone abbia potuto spingere un tipo come me, selvatico e sedentario, lontano da casa sua.
Ricordo che una volta Colette Dorin ha detto che somiglio a un fauno: un fauno attempato, a essere precisi, che non corre più dietro alle ninfe e si rintana accanto al focolare. Non so descrivere i piaceri che mi dà il mio rifugio. Mi godo cose semplici, alla mia portata: un buon pasto, un buon vino, questo taccuino su cui scribacchio, traendone una gioia beffarda e segreta; e, più di ogni altra cosa, la divina solitudine. Cos’altro mi occorre? A vent’anni, invece, come ardevo!… Come mai dentro di noi si accende un fuoco simile? Una fiammata che travolge ogni cosa nel giro di pochi mesi, pochi giorni, a volte poche ore; poi si spegne. E non resta che fare il conto dei danni. Ci si scopre insieme a una donna che non si ama più, oppure, come nel mio caso, si finisce in bancarotta, o ancora, pur essendo nati per essere droghieri, ci si è fissati di voler fare i pittori a Parigi, e si muore in un ospedale. Chi non ha visto un fuoco simile deformare e piegare inaspettatamente la sua vita, in un senso opposto a quella che è la sua natura autentica? Perciò siamo tutti quanti in una certa misura paragonabili ai rami che bruciano nel mio camino, torti dalle fiamme a loro piacimento. Di certo sbaglio a generalizzare: esistono persone di vent’anni sensate e ragionevoli, ma alla loro saggezza preferisco la mia follia di un tempo.

 

È un breve romanzo, “Il calore del sangue”, eppure Irène Némirovsky riesce abilmente, fin dalle prime righe, a delineare una storia densa e carica di suspense, catturando il lettore e tenendolo inchiodato fino all’ultima riga.
In quest’opera l’autrice non descrive la società ebraica in cui è cresciuta, né ci racconta dei suoi ricordi legati alla Russia da cui si separò da bambina; qui la Némirovsky dipinge il mondo della provincia francese e ci svela, con ottimi colpi di scena, tutta l’ipocrisia e la menzogna che vengono celate dietro a paraventi di finta serenità.
Il luogo in cui il racconto è ambientato è Issy-l’Évêque, il medesimo paesino di provincia francese in cui Irène Némirovsky si rifugiò con le figlie e dove venne arrestata per essere deportata e internata ad Auschwitz, ove morì. Inizialmente furono ritrovati solamente alcuni capitoli, i medesimi che erano nelle mani del marito al momento del suo arresto; è solo da pochi anni che tutti i romanzi scritti dalla Némirovsky, compreso il seguito de “Il calore del sangue”, sono stati resi disponibili da parte della figlia che li custodiva e pubblicati.
A Issy-l’Évêque Iréne Némirovsky aveva molto tempo da dedicare all’osservazione critica delle persone che costituivano la comunità di quel paese e scrisse il suo romanzo mantenendo, addirittura, i nomi originali dei luoghi e dei locali in cui la storia si snoda.
Ci si domanda se, potendo pubblicare il romanzo mentre era ancora in vita, l’autrice avrebbe mantenuto i nomi così come impostati originariamente oppure se avrebbe provveduto a modificarli celandoli dietro a opportuni pseudonimi.
Il narratore principale è Sylvestre: un uomo anziano che, dopo aver trascorso la propria gioventù cercando fortuna in giro per il mondo, ritorna nelle terre natìe. Per sopravvivere è costretto a cedere tutte le proprietà terriere e immobiliari ereditate dalla famiglia, rimanendo privo di ogni bene. L’età e le disavventure subìte lo hanno trasformato in un misantropo amante della solitudine e della vita semplice. Solo di tanto in tanto ama trascorrere un po’ di tempo con una famiglia con la quale è imparentato, che abita poco distante.
La storia che Sylvestre racconta è la cronaca della vita di questo nucleo familiare, composto di due coniugi benestanti e di tre figli. Una famiglia fin troppo perfetta nella propria armoniosa quotidianità e nella serenità che ostenta.
Marito e moglie, ricchi proprietari terrieri, che vivono felici senza aver mai avuto alcuno screzio; due figli ancora bambini e una giovane figlia prossima alle nozze con un bravo ragazzo innamorato, proprietario di un mulino in piena attività e garante di proficui redditi e di prosperità.
Il tempo scorre, apparentemente senza problemi. Alle nozze della ragazza segue il lieto evento della nascita di un bambino e tutti sembrano appagati e felici.
Ma non tutto è come appare e, presto, alcuni avvenimenti tragici cambieranno il corso delle vite dei personaggi del romanzo, costringendoli a prendere atto delle proprie debolezze e ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle drammatiche conseguenze che ne derivano. Gli eventi, complice l’ottima e minuziosa scrittura dell’autrice, non priva di velenose insinuazioni e di astuti indizi, riusciranno a sollevare il pesante velo di ipocrisia e di falsità, che cela un passato scomodo e ormai caduto nell’oblìo, dal quale trasuda solamente un’apparente e monotona perfezione. Ogni maschera, indossata al fine di occultare sentimenti e passioni travolgenti, ma anche atti ignominiosi e persino autentici delitti compiuti sotto l’effetto dirompente del “calore del sangue”, cadrà e la verità irromperà, prepotente, nella quieta e quasi scialba vita dei protagonisti.

Per BookAvenue, Paola Mattiazzo

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