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Giovedì, 15 Settembre 2016 19:42

Douglas Coupland, Generazione A

Scritto da Silvia Belcastro

Me le ricordavo, le api. Ricordo che le vedevo in primavera fra la sanguinaria, la barba di becco gialla e i ranuncoli di palude nel fosso dietro casa dei miei nonni: gaie, industriose, pelosette e condannatissime all’estinzione. Poi avevano cominciato a fuggire dagli alveari e prima ancora che ci fosse il tempo di capire perché, erano sparite tutte”.

 

 

La riunione del Club del Libro è nel cuore di Francoforte, nel cortile di un pub poco frequentato. Sono riuscita a prenotare un posto in questo cenacolo dedito all’alcol e alla lettura. Il tema mi interessa: il problema ambientale in un testo di narrativa. E’ una bella serata e la città si specchia nel fiume come un quadro di Van Gogh. Sono in anticipo, così mi siedo su una panchina. Accanto a me sfila la metafora di una società che si ritiene attenta all’ecologia: un senzatetto raccoglie bottiglie vuote per ottenere i soldi del reso. Un’ape si posa sul mio ginocchio: è un segno? Probabilmente si, visto che il romanzo di cui parleremo stasera è Generazione A di Douglas Coupland, un Decamerone post-atomico che ha per tema la fine della specie umana e il potere salvifico della narrazione.

Ho iniziato a leggerlo mentre stavo finendo Lezioni di Letteratura, una raccolta di lezioni che lo scrittore argentino Julio Cortazar tenne a Berkeley nel 1980. Come altri, Cortazar era scampato alla dittatura fuggendo all’estero. Mentre sulle spiagge argentine arrivavano i cadaveri, a Parigi si riunivano gli esuli. Immaginatevi quindi le circostanze emotive in cui, nel 1980, Cortazar parla di letteratura agli studenti di Berkeley. Dopo aver toccato vari aspetti del lavoro letterario, le Lezioni si chiudono con due conferenze che si muovono tra i due imprescindibili della letteratura: bellezza e verità. Ci sono occasioni, dice Cortazar, in cui la relazione tra letteratura e storia umana è indispensabile. E c’è un passaggio che mi colpisce al petto. Cortazar scrive che non si può fare nessuna rivoluzione usando il linguaggio della contro-rivoluzione. Ed  è proprio questo, mi rendo conto, che penso riguardo all’altro libro che ho appena cominciato, Generazione A di Coupland. Scrive Cortazar: “quella trappola troppo facile che consiste nel proporre modifiche della natura umana o delle questioni importanti, con un repertorio di scrittura o di linguaggio totalmente chiuso e convenzionale, cosa che toglie forza e realtà a ciò che si vuol trasmettere”.

Ecco il primo problema di Generazione A. E’ uno sforzo ammirevole che aspira a denunciare la mole di informazioni a cui siamo sottoposti in una società basata sulla connessione internet piuttosto che sulla connessione umana. Denuncia la mancanza di empatia, rispetto per la natura, etica, senso della comunità. Denuncia il nichilismo estremo del profitto. Prevede inconsciamente ciò che già sta avvenendo: che il sapore di una mela sia quanto di più raro esista. Eppure, in qualche modo fallisce e la prima ragione è proprio il linguaggio. La scrittura di Coupland abbaglia ma finisce poi per assomigliare all’effetto della metanfetamina che prendono i suoi personaggi. La storia contiene infinite informazioni non necessarie, finisce per parlare la lingua della contro-rivoluzione e ne rimane intrappolata. Non c’è più spazio per la redenzione dei personaggi, né per i sentimenti. Insomma è un libro nichilista che non riesce ad essere un buon libro nichilista.

Ma l’idea è interessante. Generazione A cita apertamente il Decamerone e come il Decamerone, è racchiuso in una cornice. Cinque ragazzi raccontano storie per salvare se stessi e il mondo. Siamo in un’era in cui le aziende farmaceutiche producono un farmaco – il Solon – capace di acquietare l’ansia per il futuro e portare le persone a non preoccuparsi più degli altri. Ma il principio attivo del Solon è anche il principio attivo della narrazione: un potere che può isolare gli uomini, un potere che in quell’isolamento  può connetterli. In Generazione A, la peste è quindi la violenza dell’uomo sul pianeta. Se il Decamerone segna il passaggio dal Medioevo al Rinascimento – dunque la costruzione di un nuovo ordine incentrato su nuovi valori – anche qui è l'atto del raccontare storie a fare da transizione verso un’ipotetica Nuova Era in cui api ritorneranno, l’uomo imparerà  a rispettare la natura e il mondo si riprenderà la poesia.

Secondo Hollywood, ogni buona sceneggiatura contiene un viaggio dell’eroe attraverso l’ignoto. Insomma, se siamo disponibili ad affiancare la discesa di un personaggio nella Caverna in cui fronteggerà parti di sé, è perché sappiamo che l’Eroe Scrittore riemergerà dall’abisso per portarci un Elisir. Lo aspettiamo, questo elisir. Che sia una speranza, una verità sull’essere umano, un’idea, un briciolo di conoscenza o consapevolezza, questo frammento è ciò che vogliamo dalla letteratura. Mi sono chiesta quale fosse l’elisir proposto da Coupland e la risposta è stata chiara: “le storie salveranno il mondo”. Eppure qualcosa non funziona. Quando chiudiamo un romanzo distopico e apocalittico come La Strada di Cormac McCarthy, abbiamo l’anima straziata. Non c’è spazio, ne La Strada, per false speranze. Eppure, in Cormac McCarthy l’Elisir brilla come una fiammella nel buio dell’uomo: è l’amore di un padre per il suo bambino, metafora di ciò che resta della fiducia nell’umanità. Ma cosa ci resta, delle pagine di Generazione A? Forse passaggi come questo, una poesia post-moderna che non ha avuto il coraggio di andare a fondo nella sua disperazione:

Ma le api? Non c’era una persona al mondo che non avesse quel senso di colpa nauseante nelle budella perché sapevano tutti che tutto era successo per colpa nostra, non di Madre Natura. Quando ero piccolo, Madre Natura assomigliava molto all’attrice Glen Close in camicia da notte azzurra. Quando non la si stava a guardare, lei ballava in mezzo ai campi, nei granai e nei cortili accarezzando gli scoiattoli sulla testa e mettendo la lingua in bocca alle farfalle. Dopo che le api se n’erano andate e le piante avevano cominciato ad ammalarsi, era come se fosse appena tornata da un campo di addestramento del Mossad con la testa rasata, gli addominali di ferro e gli anfibi da combattimento, e dio buono se era incazzata nera. Dopo che le api se n’erano andate, il massimo che le si poteva chiedere era di non dare completamente fuori di matto e spaccarti il culo”.

 

per BookAvenue, Silvia Belcastro


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