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Giovedì, 28 Aprile 2016 20:20

Orhan Pamuk, La stranezza che ho nella testa

Scritto da Silvia Belcastro

Ovvero
La vita, le avventure, i sogni,
gli amici e i nemici di Mevlut Karataş,
venditore di boza, nonché una
panoramica della vita di Istanbul
tra il 1969 e il 2012, raccontata dal
punto di vista dei suoi cittadini.

Il 9 novembre scorso il premio Nobel turco Orhan Pamuk ha presentato il suo ultimo romanzo alla libreria Politics and Prose di Washington. La prima domanda che si è sentito rivolgere dal giornalista e scrittore Elliot Ackerman è stata: perché un sottotitolo del genere? Pamuk ha raccontato un aneddoto. Nel mezzo di una lezione alla Columbia University, dove insegna Arte del Romanzo, disse qualcosa del tipo: “…e come sapete, alla fine Anna Karenina si suicida”. Uno studente lo bloccò: “No, professore! Per favore, non ci dica come va a finire la storia!”.

 

Me lo sono immaginato in stile L’Attimo Fuggente: il professor Pamuk-Keating che si ferma per un momento, lo sguardo e il corpo congelati sull’ultima frase. Ha bisogno di prendersi qualche secondo per accusare il colpo, poi volta le spalle alla classe e si avvia verso la cattedra. Poggia Anna Karenina, anzi lo sbatte sul tavolo. Infine si volta verso la classe e urla:

“UN. ROMANZO. NON. È. LA. SUA. TRAMA! CHIARO?!”

Chiaro. In seguito ha chiarito il concetto anche ai lettori, infatti La stranezza che ho nella testa si apre con un sottotitolo di sei righe e un primo paragrafo che riassume la storia. Pamuk ci dimostra così che leggeremo ugualmente un libro di cinquecento pagine. Perché non è la trama il cuore della letteratura, ma quel non so che di “perturbante”  – Pamuk utilizza proprio la parola “uncanny” – su cui i fatti scivolano come barchette di carta su un torrente. Il cuore di un romanzo è quella scintilla per cui, dopo aver letto l’ultima pagina, un brivido corre lungo la schiena e una domanda si affaccia alla coscienza: cosa intende dirmi questa storia, sull’essere umano?

Pamuk dichiara di aver cominciato La stranezza che ho nella testa come tutti i suoi romanzi: come un racconto breve. “Anche l’Ulisse di Joyce è cominciato così”, dice, “ma la mia storia era semplice: un venditore di strada che perde il lavoro a causa della modernizzazione”. Tuttavia, quando Pamuk cominciò a intervistare la gente di Istanbul al fine di disegnare i personaggi, la storia si rivelò per quel che era: epica. Qualche testata americana l’ha addirittura definita “dickensiana”.

Il passaggio da tradizione a modernità nella cultura turca è un tema centrale. A Pamuk interessava quel periodo che va dagli anni Settanta sino ad oggi, quando Istanbul è passata da 2,5 milioni di abitanti a 16 milioni. Voleva parlarne tramite i dettagli. Per esempio, negli anni ’50 lo yoghurt veniva venduto da ambulanti che portavano un giogo da cui pendevano pesanti vassoi. All’inizio degli anni ’60 invece, lo yoghurt cominciò ad essere imbottigliato in contenitori diversi e i venditori perdettero il lavoro. Ma durante l’infanzia di Orhan, il vento della sera portava ancora nelle case il canto del venditore di yoghurt e boza. Me lo sono immaginata così: l’ambulante saliva le scale del condominio e il piccolo Orhan lo guardava nel rettangolo illuminato della porta, un’immagine marchiata a fuoco dalla magia e da quel non so che di perturbante. Pamuk era infatti di famiglia borghese, mentre i venditori ambulanti erano sempre poveri e provenienti dall’Anatolia, approdati a Istanbul per vendere yoghurt e boza alla classe medio-alta. La boza? Era una bevanda “analcolica e alcolica insieme”. Lievemente alcolica in verità, e per questo piaceva a tutti i gruppi etnici. Era popolare perché, anche se l’Islam proibiva l’alcol, tutti sapevano che 4 bicchieri di boza portavano allo stesso risultato di due bicchieri di birra. Invece oggi per le strade di Istanbul si può bere di tutto:  birra, boza, raki. “Ma è il grido dei venditori ambulanti che ha reso questo possibile”, dice Orhan Pamuk, “un grido che viene dal passato”.

Il protagonista di La stranezza che ho nella testa è dunque un venditore di boza, Mevlut Karataş. E’ sua la voce che sentirete cantare nella notte di Istanbul: “Booozaaa! Booozaaa!”. Mevlut nasce nel 1957 nell’Anatolia centrale. A dodici anni si trasferisce con il padre a Istanbul, la città-mondo che nei decenni seguenti si trasforma “con il solito tocco magico del jinn del cambiamento”. Mevlut la attraverserà ogni notte per quarant’anni, portando il giogo, l’anima e una difficile identità turca in equilibrio sulle spalle. Nell’islamica Istanbul-Verona, il giovane Mevlut si innamora di Rayiha come Romeo si innamora di Giulietta: vedendola a una festa e senza conoscerla. Per tre anni le scrive lunghe lettere finché una notte la rapisce in un’esemplare fuitina alla turca. Ma proprio durante la fuga un lampo illumina il volto di Rayiha e rivela che Rayiha… non è affatto Rayiha. Un villain ha ordito una trama perfetta – o forse ha addirittura scritto tutta la storia? – e a ricevere le lettere non è mai stata quella Rayiha dagli occhi di cerbiatto (dovremmo infatti chiamarla Samiha), bensì la sorella: Rayiha, appunto. Ma allora chi diavolo è questa Rayiha? Da un inganno (ma forse è un bacio della sorte), si dipana così la vita di un’intera famiglia per quattro decadi di storia turca. Istanbul si stende ai nostri piedi come un tappeto di luci, eventi, politica, amori, intrighi e passioni umane.

“Si tratta di un romanzo sull’immigrazione?” chiede Elliot Ackerman. “L’immigrazione turca”, risponde Pamuk, “ha coperto ben altre distanze rispetto a quelle che Mevlut copre nel libro. Pensiamo ad esempio ai turchi in Germania. Ma in qualche modo si, possiamo dire che è anche un romanzo sull’immigrazione. Volevo parlare di queste persone che venivano a Istanbul dall’Anatolia e costruivano le case con le loro mani. Queste case turche erano meglio delle favelas brasiliane e degli slum indiani, ma erano sostanzialmente bassifondi e mi dispiace esserci entrato tanto tardi”.

Non si tratta però di un romanzo politico, sottolinea Pamuk. Alla fine troverete una cronologia che intreccia fatti salienti della storia turca a eventi della vita dei personaggi. Ma il fatto che, ad esempio, il 12 marzo 1971 – “l’esercito costringe il governo a dimettersi” – venga seguito, due righe sotto, dall’evento “Mevlut guarda per la prima volta un film porno al cinema Elyazar di Beyoglu”, ci dice che questo è sì un romanzo storico, ma su base individuale. Se ne ricava una visuale privilegiata. Come lettori, indossiamo un mantello dell’invisibilità e viaggiamo nel tempo. Siamo accanto a Mevlut quando guarda Istanbul dall’alto per la prima volta. Siamo con lui quando la guarda dall’alto venticinque anni e 16 milioni di persone dopo. Siamo presenti quando nascono le sue figlie, ma anche quando gira la voce del grande condono edilizio e quando viene inaugurata la moschea di Duttepe. Siamo nel cortile della caserma quando Mevlut inizia il servizio militare e ogni volta che indossa il giogo per aggirarsi tra i vicoli di Istanbul. Ma la cronologia ci ricorda anche che c’è un mondo fuori: l’incidente nucleare di Cernobyl, i fatti di Piazza Tienanmen, la Prima Guerra del Golfo e il crollo delle Torri Gemelle. Ma Mevlut non ha idee politiche forti e proprio grazie a questo possiamo entrare in ogni portone della vecchia e della nuova Istanbul. Pamuk voleva che il suo protagonista non fosse schierato proprio per farlo parlare sia con islamisti, conservatori e gente di destra, che con aleviti, gente di sinistra e secolari laici.

Se non è un romanzo politico, dice lo scrittore, “questo è però il mio primo romanzo femminista”. E’ vero infatti che prende bonariamente in giro i maschi turchi, ma innalza la loro controparte femminile. Le protagoniste di La stranezza che ho nella testa sono indipendenti, determinate, intelligenti e piene d’amore. “Se c’è un messaggio politico in questo libro”, dice Pamuk, “è proprio: SII AMICO DI TUA MOGLIE”. Ma la scelta stilistica di Pamuk – il far parlare i personaggi in prima persona come se anche noi li incontrassimo per le strade di Istanbul – rende La stranezza che ho nella testa soprattutto un romanzo corale.

Non deve essere un caso se Orhan Pamuk ha ricevuto il quarto posto tra le voci più influenti del 2015 a livello mondiale. Inoltre l’uscita di questo romanzo ha accompagnato l’esposizione a Londra del suo Museo dell’Innocenza, terminata tre settimane fa. Si tratta di un museo disegnato e voluto proprio da Orhan Pamuk. Aperto a Istanbul nel 2012, rappresenta al tempo stesso uno spicchio di umanità turca e universale. Non perdetevi poi il discorso di ricevimento del Nobel, tenuto davanti all’Accademia di Svezia il 7 dicembre del 2006. Vi sarà allora chiaro quale sia l’ineffabile scintilla racchiusa ne La stranezza che ho nella testa, perché la trama di un romanzo non conti poi così tanto e perché abbia ragione Pamuk quando scrive che Istanbul è il centro del mondo: “Quando un uomo si chiude in una stanza per un’infinità di anni per affinare il suo lavoro – per creare un mondo – se utilizza le sue ferite come punto di partenza egli sta, che ne sia o meno consapevole, ponendo una grande fede nell’umanità. La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somiglino e che portino dentro ferite come le mie, e che dunque capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza infantile e piena di speranza che tutte le persone si somiglino. Quando uno scrittore si chiude in una stanza per un’infinità di anni, col suo gesto suggerisce una sola umanità, un mondo senza un centro”.

Per BookAvenue, Silvia Belcastro

Orhan Pamuk
La stranezza che ho nella testa
Einaudi, 2015 Traduzione di Barbara La Rosa Salim pp584

 

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