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Martedì, 08 Gennaio 2013 16:50

Eduard Limonov. Dove i destini reali e quelli fantastici s'incrociano

Scritto da Cesare Martinetti

Limonov, chi era costui? Un poeta, un dissidente, un bolscevico, un personaggio di Solzhenicyn, un bandito, un attore, un cantante rock, un campione di scacchi? No, è il protagonista di un libro. Turghenev, Tolstoj, Dostoevskij? No, no. Ma si può arrestare un personaggio di fiction? Difficile. Eppure.

Chi si ricorderebbe di Eduard Limonov se non fosse uscito il libro di Emmanuel Carrère? Eppure il vecchio Limonov è tuttora lì, in carne e ossa, dentro la sua storia e la storia della Russia eterna, imperscrutabile enigma circondata dal mistero, inenarrabile crogiuolo di storie e di dolori, inarrestabile flusso romanzesco.


La faccia aguzza di Eduard Limonov è ricomparsa sugli schermi del mondo l’altra sera, in differita dalla piazza Triunfalnaja, dove s’era radunato con una trentina di persone che recavano un cartello apparentemente innocente: «s’novym godom», buon anno. E chi doveva capire, capiva: buon anno, senza Putin… L’avevano già fatto l’anno scorso. Inutilmente perché proprio nel 2012 il padrone del Cremlino si è ripreso la cadrega che aveva momentaneamente lasciato al fedele Medvedev. Ma valeva la pena insistere.
È così che il viso di Limonov è riapparso, i capelli non più grigi ma quasi bianchi, baffi e barbetta affusolata in un pizzetto da rendere il profilo così somigliante a Trotskij o al Lenin della rivoluzione, trionfante e trascinante. Non negli occhi, perché in quelli del nostro c’era un’ombra di rassegnazione o di ironia mentre docile si faceva condurre nel furgoncino della milizija: arrestato con altri venticinque.
Un’immagine che sembra davvero riflettere l’epilogo del libro di Carrère, laddove l’autore ci racconta il punto di partenza, il suo incontro con Limonov che, dopo averlo ascoltato in silenzio, gli chiede: «Perché vuole scrivere un libro su di me?». Carrère si sente preso alla sprovvista e risponde: «Lei ha avuto una vita così appassionante, romanzesca, pericolosa, una vita in cui ha preso il rischio di calarsi nella Storia…». Ma Limonov, senza guardarlo, con una risatina secca, taglia corto: «Una vita di merda, sì».

Ma chi è davvero questo Limonov di cui parliamo ora perché la sua singolare vita – appassionante, ma anche, e molto, urticante – realmente da lui vissuta è diventata un romanzo? Lo stesso Carrère, autore di Limonov (pubblicato in Italia da Adelphi, scelto dalla Lettura del Corriere come miglior libro dell’anno) sente il dovere di precisare nelle prime pagine di non aver scritto una fiction, di non aver inventato nulla. Si può forse romanzare un romanzo? Ma forse è proprio questo indistinguibile intreccio tra letteratura e vita russa a farne, fin dall’inizio, il caso Limonov.
Eduard Veniaminovich Savenko è nato nel ’43 a Dzerzhinsk, nella regione di Nizhny Novgorod, ma è cresciuto in Ucraina, a Kharkov, dove ha fatto quasi contemporaneamente le sue prove criminali e anche scritto le sue prime poesie classificate «d’avanguardia», regnante Breznev.
Il primo romanzo racconta l’autoesilio a New York, la vita miserabile di un emigrante, piccoli lavori in un sordido hotel, esperienze sessuali etero e omo, risse di strada e rapine, il mondo di De Niro in Taxi driver. Ricorda Carrère (che ha radici russe, la madre Hélène Carrère d’Encausse, accademica di Francia, è una grande russista) che allora l’idea che si aveva dei dissidenti sovietici era piuttosto standard: barbuti gravi e malvestiti che vivevano in piccoli appartamenti strapieni di libri e di icone, che passavano le notti intere a parlare della salvezza del mondo.
Logico che quando Limonov è sbarcato a Paris, inizio anni Ottanta, per Carrère e i giovani intellettuali della sua generazione è stata una rivelazione: «Un tipo sexi, furbo, divertente, un marinaio in libera uscita, una rock star… Eravamo in piena era punk, il suo eroe era Johnny Rotten, leader dei Sex Pistols, non si vergognava a trattare Solzhenicyn da vecchio coglione». Un dissidente new wave, diventato ben presto una mascotte da salotto di un certo piccolo mondo letterario parigino.
Le cose però si complicano – «bizzarramente», scrive Carrère – quando crolla il comunismo e con lui l’Unione Sovietica, perché il simpatico Limonov, mentre tutti festeggiavano la possibilità della libertà, lui chiedeva seriamente il plotone d’esecuzione per Gorbaciov. Non solo. Nel giro di qualche mese si sono avute notizie delle sue scorrerie nei Balcani, in un documentario la Bbc lo ha mostrato mitragliare Sarajevo sotto l’occhio sorridente del criminale leader serbo di Bosnia, Radovan Karadzic.
E tornato in Russia, in quell’epoca torbida dell’immediato post comunismo, quando tutti gli eccessi sembravano diventati la regola, il punk Limonov è protagonista dell’inimmaginabile: fonda il partito nazional-bolscevico che porta bandiere naziste con la falce e il martello al posto della svastica. I cortei sono un contenitore di simboli che mai si erano visti insieme: Stalin e Beria (invocati spesso a gran voce) con Hitler, Nikolaij II (l’ultimo zar, assassinato con la famiglia dai bolscevichi), santi e madonne dell’iconografia ortodossa.
Nasce un’onda rosso-bruna, il più inquietante lascito dei mondi post-comunisti. Che però hanno avuto – nota con finta ingenuità Carrère – difensori comprensivi e insospettabili in Anna Politkovskaja e Elena Bonner, la vedova del grande dissidente Andreij Sacharov.

Le ultime notizie della vita politica di Limonov lo davano accanto ai liberali dell’ex campione di scacchi Gary Kasparov. Sempre all’opposizione di quel potere stolido che si annida al Cremlino, capace di performance dagli effetti paradossali come l’arresto del protagonista di un romanzo. L’hanno rilasciato dopo qualche ora. Dimenticato come scrittore - brillantissimo - prosegue la sua vita nei libri degli altri.

Cesare Martinetti

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